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Ci rendiamo conto che in un clima di allarme ed in una situazione di crisi ambientale come quella determinata oggi in Campania e nel resto di Italia, la cittadinanza cerca di comprendere da sola quanto accade intorno anche perché le informazioni ufficiali tardano ad arrivare e ad essere correttamente diffuse. L’allarme è tale che la popolazione oramai attribuisce solo all’inquinamento ambientale la causa dei numerosi morti per cancro. 

Indagini epidemiologiche corrette e con risultati attendibili necessitano però di un approccio metodologico rigoroso, di controlli di qualità incrociati, che solo strutture che hanno una specifica esperienza in materia possono effettuare, oltre che di una validazione da parte di istituzioni scientifiche a ciò deputate. [1]

Uno dei primi assunti che la cosiddetta società civile dovrebbe definitivamente assimilare, nonostante le pulsioni al “fai da te social”, è che analizzare l’ambiente, effettuare analisi epidemiologiche, dare supporto alle decisioni, permettere scelte necessarie e ottimali, non è un lavoro alla portata di tutti, ma che a tutti va porto in maniera semplice e graduale per la condivisione degli obiettivi e per la partecipazione ai processi.

Mettere una enorme tabella con risultati da confrontare con sigle quali CSC, CSR così come enunciati nella normativa di settore, con coordinate geografiche astruse, senza relazioni di sintesi dedicate alla comprensione del largo pubblico, di per sé non è trasparenza.

Pertanto non è un azzardo affermare che la maggior parte dei cittadini ad oggi non abbia altra strada che affidarsi ai “testimonials”. Alle persone che, ben lungi dall’avere competenze scientifiche e tecniche, hanno scelto di stare vicino alle comunità sofferenti per altri motivi. 

Dall’ associazionismo al mandato pastorale, ai medici di base.
Il grande assente è stato fino a poco tempo fa lo Stato e le istituzioni locali, poi l’allarme sociale ha costretto la politica a tentare soluzioni. Spesso raffazzonate e scoordinate, dal momento che si sono intraprese azioni solo per l’insostenibile pressione dell’opinione pubblica. [2]

In questi anni in molte realtà italiane il patto di fiducia tra le istituzioni (tecniche e politiche) e la cittadinanza è venuto meno, di conseguenza in situazione di crisi ambientale i cittadini cercano di capire da soli quanto accade loro intorno. La molteplicità delle esposizioni ambientali con un possibile effetto sulla salute preoccupa i cittadini e le comunità. Purtroppo, a fronte di tale preoccupazione, la risposta delle istituzioni sanitarie e ambientali è talvolta tardiva e inadeguata. Di fronte a tale debolezza delle istituzioni, il “fai da te” epidemiologico è una tentazione forte per rispondere a problemi che, volenti o nolenti, sono complessi e articolati.

 

In questa situazione, dopo aver ribadito il proprio saldo ancoraggio a un ideale di salute pubblica e la necessità del rigoroso rispetto per le regole del metodo scientifico, quello che E&P può e vuole fare è dare in positivo il proprio apporto per mostrare da un punto di vista tecnico che cosa può funzionare e cosa invece può essere fuorviante, quali possono essere i punti di forza e quali invece gli eventuali errori e le debolezze insiti nelle diverse proposte provenienti dal basso. [2][3]

 

Ora affidarsi a gente discutibile che millanta dati e sparge inutili opinioni continuerà a depistare dalla risoluzione dei problemi. Abbiamo un territorio massacrato da ogni tipo di abuso. Strafottenza comune che rende ogni sorta di educazione perfettamente inutile. Abbiamo iniziato a protestare quando il fenomeno è diventato possibile fonte di risarcimenti denunciando il rischio sanitario e non combattendo lo scempio che sarebbe dovuto essere a prescindere.

Ribadiamo invece che, soltanto le evidenze scientifiche potranno supportare le analisi epidemiologiche e le scelte di politica sanitaria. 

[1] Dal Documento "Fattori di Rischio" Task Force Pandora
[2] Dal libro Falsa Equivalenza di Paola Dama
[3] Epidemiologia&prevenzione, 9 dicembre 2013 

Per approfondire
http://www.taskforcepandora.com/il-contributo-del-registro-tumori

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