La Terra dei Fuochi non è un buco nero

 

Intervista di Ettore Mariano

19 Febbraio, 2014

 

Terra dei fuochi vuol dire tutto e niente. Quali sono le zone critiche che vanno effettivamente controllate in Campania?

 

Mentre per la definizione di “Triangolo della Morte”, coniata nel 2004 da A. Mazza nel suo noto articolo su Lancet, si intendeva il territorio compreso tra Nola, Marigliano e Acerra; la Terra dei Fuochi è invece una entità geograficamente indistinta che ha finito con l’identificare, nell’immaginario collettivo, tutta la zona centro-occidentale della Campania. Tuttavia, i punti dove abitualmente si registrano fenomeni di combustione dolosa di “rifiuti” sono localizzati in aree disposte per tutto il territorio campano un po’ a macchia di leopardo. A parte queste zone, in genere conosciute per la presenza visibile di abbandoni abusivi e incontrollati di rifiuti sia urbani che speciali, occorre segnalare che, nonostante il clamore mediatico, solo da pochi mesi si è cominciato a fare ricerche ufficiali in altri siti segnalati in procedimenti giudiziari, ma tutti riferiti ad aree “di campagna”. Restano ancora da indagare, anche in via esclusivamente preliminare, sia altre aree segnalate alla magistratura sia, addirittura, i siti industriali dismessi e abbandonati che pure sarebbero soggetti all’obbligo di caratterizzazione da parte degli ex-proprietari o gestori. Ad ogni modo il Piano di Bonifica ha già individuato 5 aree vaste che comprendono una serie di discariche legali ed illegali e comprendono circa 400 ettari di suoli agricoli. Oltre a queste aree, poi ci sono le aree identificate da diverse Autorità dove sono state effettuate operazioni di scavo. Il 23 febbraio il Tavolo tecnico previsto dal Decreto ministeriale pubblicherà le aree da sottoporre a caratterizzazione, con analisi dirette al suolo.

 

Settimanalmente ci troviamo di fronte ad una nuova denuncia di un suolo inquinato, in alcuni casi si parla di contaminazione delle falde acquifere, ma si parla pochissimo dei metodi utilizzati per accertarlo. Il professor Fagnano, durante la presentazione della task force Pandora, spiegava che non si può capire se un suolo è inquinato solo con il telerilevamento, ma che bisogna misurare qual è l’assorbimento da parte delle piante. Queste analisi vengono effettivamente effettuate quando un suolo viene dichiarato a rischio?

 

Per le aree critiche identificate dal telerilevamento, devono essere ancora effettuate le analisi chimiche dei suoli. Al momento si dispone di circa 1500 caratterizzazioni effettuate dall’ARPAC a Giugliano (Masseria del Pozzo), Lungo i Regi Lagni, ad Acerra e nell’area dei laghetti di Soglitelle. Le zone più inquinate risultano le aree vaste che hanno ospitato nel tempo le discariche mentre dai dati disponibili su sul sito www.ecoremed.it è possibile verificare, sebbene con minor dettaglio, che i terreni e le falde della Piana campana non presentano situazioni di inquinamento diffuso come una cattiva informazione vuole fra credere. Ci sono circa 1000 analisi effettuate dal prof. De Vivo sull’intero Agro Aversano, dalle quali si evince che i problemi principali di inquinamento dei suoli agricoli, riguardano il rame, derivato dall’uso del verderame come antiparassitario, ed il piombo derivato dalle emissioni della vecchia benzina super. Certamente ci sono situazioni puntuali che necessitano di grande attenzione, ma la maggior parte dei suoli e delle falde non presenta criticità.

 

Molti marchi famosi sospendono l’acquisto di ortaggi provenienti dalla Campania. Rischi reali o provvedimenti di facciata?

 

Crediamo che possano essere solo dei provvedimenti di facciata, per rispondere all’onda mediatica. Altri grandi catene di supermercati e tutti gli acquirenti stranieri dei nostri prodotti, continuano regolarmente ad acquistarli, non avendo mai trovato ad oggi prodotti alimentari contaminati provenienti dalla Piana Campana e dell’Agro Aversano, la zona che spesso viene identificata come Terra dei Fuochi.La prova è anche il fatto che il RASSF, il sistema di allerta rapido agroalimentare Europeo che prevede la chiusura delle frontiere per i prodotti esportati da un’area in caso in cui qualche prodotto sia trovato contaminato e pericoloso per la salute, non ha mai lanciato un allarme in tal senso per nessuno dei nostri prodotti.Solo recentemente abbiamo lanciato la seguente iniziativa. La Task Force Pandora, costituita da tecnici e scienziati indipendenti, mette a disposizione il suo gruppo di studio, al fine di raccogliere e valutare con attenzione tutte le certificazioni agro-alimentari, sia quelle che evidenziano valori entro la norma (inferiori ai livelli di azione della Raccomandazione 516/2011 per prodotti ortofrutticoli e ai tenori massimi del Regolamento 1259/2011 per gli alimenti della prima infanzia), sia quelle che eventualmente segnalano valori che eccedono i valori soglia e i limiti di rischio. I dati raccolti si aggiungeranno a quelli già esistenti nella banca dati che stiamo collezionando, in modo da poterli mettere a sistema fornendo informazioni utili sulla situazione ambientale e sulle produzioni alimentari presenti sul territorio. Solo in questo modo, crediamo, si possa contribuire ad avviare una campagna di informazione trasparente per i cittadini e per chiunque fosse interessato e, partendo proprio dalla Campania, non escludiamo che tale azione possa essere estesa anche ad altre zone di Italia.

 

Alla ricerca dello scoop: la risonanza mediatica di un dato scientifico può essere pari a quella di una terra sequestrata per interramento rifiuti? Qual è il rischio più grande di una situazione di forte disinformazione e allarmismo mediatico?

 

E’ chiaro che un dato scientifico può non rispondere alla percezione che oggi hanno gli abitanti della Terra dei Fuochi, che trovano nella perdita dei loro cari colpiti da un male incurabile la causa e la ragione della drammatica situazione ambientale che oggi il gruppo di studio Pandora sta affrontando con maggior rigore. Lo scoop risponde alla carica emotiva, pertanto diventa poi difficile provare a correggere determinate notizie o smorzare l’enfasi delle stesse. I ricercatori non rispondono alle esigenze della cittadinanza, rispondono attraverso dati e studi approfonditi e questi, talvolta, possono sembrare impopolari. Uno dei rischi più grande è che, pur di puntare al facile consenso e allo scoop mediatico, ci si concentra su un obiettivo sbagliato (terreno e prodotti) per motivazioni che possono essere anche molto poco trasparenti (speculazioni, appalti, …) e si trascurino altri problemi magari più gravi, come ad esempio la presenza di inquinanti nell’aria che respiriamo, la cui soluzione richiederebbe altre tipologie di interventi (non solo bloccare i roghi attraverso interventi efficaci di controllo del territorio e gestione dei rifiuti, ma anche ridurre l’uso delle auto e dei camion per trasportare persone e merci, definire ZTL (Zone a Traffico Limitato) cittadine, ecc.).

 

Niente telecamere puntate su palchi, processioni e discariche da cui lanciare appelli costruiti su ipotesi e valutazioni parziali, ma un gruppo di ricercatori e tecnici impegnato nell’analisi costante del territorio e soprattutto aperto al confronto con giornali e televisioni. A molti è sorta spontanea la domanda: dove siete stati finora?

 

Rispondiamo con una domanda: dove sono state le Autorità preposte a questi compiti (pagate per farlo) finora? E dove sono stati i mass-media, perché non hanno acceso i riflettori sulla questione mai prima d’ora? Tutto ciò ha dell’incredibile ed è sconcertante a nostro avviso: si aspetta che qualche decina di tecnici e scienziati, provenienti da vari parti d’Italia e del mondo, si mettano insieme in seguito ad un appello lanciato via social network da parte di una ricercatrice emigrata negli USA, naturalmente sottraendo tempo a loro lavoro, senza percepire un centesimo e senza conflitti di interesse (tutti i partecipanti della Task Force hanno sottoscritto una regolamento interno che prevede tutto ciò espressamente) e senza fondi di alcun tipo. Ciascun membro della task force si occupava già di salute, di problematiche ambientali e di corretta informazione scientifica, alcuni anche con riferimento alle problematiche della Terra dei Fuochi, ad un certo punto chi ha risposto all’appello lo ha fatto perché le tematiche sono multidisciplinari e perché solo un gruppo organizzato poteva rispondere con maggiore credibilità alle numerose questioni che leggiamo, spesso non corrette, sulla stampa. La Task force mostra che ci sono ancora delle energie sane nel nostro Paese, pronte a dare il proprio contributo per il bene comune disinteressatamente. Naturalmente sarà necessaria la collaborazione e la buona volontà dei cittadini per supportarci nel delicatissimo obbiettivo che ci siamo prefissati.

 

Cinquanta milioni di euro per effettuare screening medico-sanitari e una lista di comuni. La prima reazione di uno Stato svegliato di soprassalto si chiama “decreto terra dei fuochi”. è questa la risposta?

 

Conosciamo e denunciamo la drammatica condizione dell’inquinamento ambientale in Campania, ma ci siamo sentiti di intervenire per portare chiarezza sull’argomento “screening” con una lettera aperta indirizzata alla stampa e ai media, in quanto nutriamo il forte dubbio che non ci sia una precisa conoscenza sull’argomento. Come riconosciuto dalla comunità tecnico-scientifica, gli screening vanno eseguiti solo se concorrono dei precisi presupposti e attualmente gli screening oncologici che hanno evidente dimostrazione di efficacia e di accettabile rapporto effetti positivi/effetti negativi sono solo tre: mammografia per il cancro della mammella, pap-test per quello del collo dell’utero, ricerca del sangue occulto nelle feci per il cancro del colon-retto. Per tale motivo sono stati assunti dalla Sanità Pubblica quali “screening organizzati di popolazione” e riconosciuti quali LEA (Livelli Essenziali di Assistenza); ciò significa che il Sistema Sanitario Nazionale si fa direttamente carico dell’organizzazione e gestione di tali screening, che per i cittadini diventano non solo una “opportunità” ma un “diritto”. La Campania è estremamente indietro sui tre screening di provata efficacia. Questa situazione si traduce in un ritardo nella diagnosi di tumore, che significa trovare la malattia in stadio più avanzato, cioè più difficilmente curabile. A questa situazione si associa il fatto che per i pazienti non sono facilmente individuabili percorsi diagnostici e terapeutici efficaci per la cura.Ritornando al “Decreto Terra dei fuochi”, abbiamo sentito da alcuni che lo screening che si vorrebbe attuare sui cittadini della Terra dei fuochi consisterebbe nella ricerca di alcuni metalli pesanti e tossici organici nel sangue o nei capelli. Un tale ipotetico screening sarebbe solo una dispersione di tempo e risorse senza portare benefici per la salute dei cittadini. Ancora una volta anziché puntare con decisione a rendere “efficiente” il sistema sanitario regionale e, nello specifico, a realizzare, potenziare e far funzionare le strutture ordinarie di prevenzione e monitoraggio dello stato di salute delle popolazioni, e ciò sarebbe veramente “rivoluzionario” per4la Terra dei Fuochi, si punterebbe alla facile approvazione con interventi straordinari di dubbia utilità. Gli abitanti della Terra dei fuochi, dopo l’aria inquinata, le discariche di rifiuti tossici, la paura procurata da notizie in gran parte false (che hanno danneggiato anche tanti agricoltori, fruttivendoli, ristoratori di quella zona), non meritano di essere anche presi in giro. Non si può tollerare che si sprechino milioni di euro quando si chiedono sacrifici agli italiani e si lesinano risorse per interventi sanitari di provata efficacia. Ci auguriamo che siano solo voci prive di ogni fondamento e che le istituzioni che saranno chiamate ad indicare gli obiettivi, i tempi e le modalità di utilizzo di tali fondi, li inseriscano in un sistema di concreti ed efficaci interventi per migliorare la salute degli abitanti di quelle zone.

 

Generalizzazioni: chiedere ad un medico se i tumori sono in aumento in una determinata zona è fare il punto della situazione?

 

Dal confronto tra il pool registri tumori nazionale e il registro dell’ASL Napoli 3 risulta che i singoli tumori vanno nella stessa direzione dei trend nazionali, nonostante 20 anni fa avessimo dati più bassi. Il problema è che noi non ci stiamo attivando per rallentare il cammino verso il cancro, cosa che altre regioni stanno facendo.Ci rendiamo conto che in un clima di allarme come quello che si è creato oggi in Campania e nel resto di Italia, la cittadinanza, in una situazione di crisi ambientale, cerca di capire da sola quanto accade loro intorno anche perché le informazioni ufficiali tardano ad arrivare e ad essere correttamente diffuse. Tuttavia analisi epidemiologiche su vasta scala, come quella della Terra dei Fuochi, necessitano di un approccio statistico rigoroso e di controlli di validità incrociati, che solo organizzazioni che hanno esperienza in materia possono effettuare. Per esempio, non possiamo non denunciare alcuni approcci semplificati basati sull’analisi dei dati derivanti dall’utilizzo a livello nazionale dei codici di esenzione ticket (048) come metodo per monitorare i trend dei tumori in zone a forte rischio ambientale. I codici di esenzione non si usano mai come indicatori di incidenza tumorale, perchè per loro stessa natura sono indicatori (fallaci, tra parentesi) di prevalenza. Così come non si usano mai da sole le Schede di dimissione Ospedaliera, sia per le stesse ragioni dei codici 048, sia perchè si deve essere preparati a scremarle dei numerosi ricoveri per ciascun utente. I dati sulle esenzioni sono utili in molti casi e per molte malattie, ma solo se integrati in sistemi più complessi, in cui si tenga conto anche di altre informazioni sui cittadini assistiti dal SSN, come i ricoveri ospedalieri, le prescrizioni farmaceutiche, le prestazioni specialistiche.[1]. Solo questa osservazione “integrata” (peraltro è già una realtà in molte regioni italiane), che costituisce la base per la creazione dei Registri Tumori può dare informazioni utili dal punto di vista epidemiologico. Il fatto che l’incidenza dei tumori stia aumentando in Campania, in Italia in tutti i Paesi industrializzati ed anche nelle nuove economie, non ci tranquillizza per niente, ma ci preoccupa e ci deve far riflettere. Probabilmente è il nostro modello di sviluppo (traffico veicolare, inquinamento dell’aria, globalizzazione della dieta, cattive abitudini alimentari) ad essere sbagliato oltre, certamente, all’inquinamento ambientale dovuto a cause eccezionali come l’emergenza rifiuti, i roghi tossici, il mare inquinato, così come abbiamo già descritto in altri documenti della Task force consultabili sul nostro sito internet. In Campania non sono ancora stati pienamente attivati quegli screening di provata efficacia quali quello per il tumore della mammella, quello della Cervice uterina e quello per il colon-retto. D'altro canto si dovrebbe tener conto anche della sensibilizzazione della popolazione, che spesso non ha idea ( e non solo in Campania) di cosa sia uno screening, e, soprattutto, non sa che è un intervento5fornito gratuitamente dalle ASL alle persone che stanno bene, che cioè non hanno ancora sintomi. Inoltre in alcune realtà il percorso assistenziale per i positivi non è in linea con le raccomandazioni scientifiche, o non esiste affatto, lasciando alla singola iniziativa del medico curante o del cittadino stesso l'onere di scoprire cosa deve fare per curarsi. Ricordiamo che, per i tumori suddetti, una diagnosi tardiva porta a conseguenze più pesanti per il paziente in termini di gravità della malattia e aggressività delle cure. La carenza dell’organizzazione degli screening oncologici e la dispersione/frammentazione delle cure oncologiche, con un cospicuo flusso di pazienti in strutture minori e non qualificate sono uno dei problemi seri ed accertati della situazione sanitaria in Campania, in gran parte responsabile dell’eccesso di mortalità per cancro nella nostra regione in comparazione alle regioni del centro-Nord.

[1] http://www.epiprev.it/codice-048-cosa-ne-dicono-gli-epidemiologi